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No, non si può criticare

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Pubblicato da in editoriale ·



No, non si può criticare. Dissentire. Con educazione, magari doverosamente pepata, contestare. Loro sono loro, ricchi privilegiati, e tu non sei un cazzo. Muto e paga. Il confronto? E chi sei tu misero esserino che si ostina a tifare per pretendere cotanto privilegio? Già solo il verbo, "tifare", ti bolla: puro, illuso, sentimentale, carnale, schiavo delle passioni, dunque sciocchino. Servo della gleba, insomma. Il fatto che tu resti - e resterai per sempre - in Champions come in B, in C, magari tra le lacrime, mentre loro andranno sorridenti a mungere da qualche altra stupida parte, non frega niente a nessuno. Al massimo sfrega, come le loro mani. Quelle sì che si sfregano! A guardare bene, il calcio non è molto diverso da tutti gli altri ambiti della nostra sempre più corretta, e perciò sempre più finta e controllata, occhiuta, società. La restaurazione perfetta: cercata e ricercata più volte dal 1789, e mai trovata tanto perfetta. Li abbiamo spinti, spinti, spinti fin lassù, dove non sono più raggiungibili: isolati, desolati. I soliti furbi, perenni lestofanti di ogni epoca ne fanno tosto approfittato per recintare l'Olimpo e farne un circo chiuso a loro uso e guadagno. Guardare e non toccare, pagare e tacere. Pupi in fondo incolpevoli, certo inconsapevoli maneggiati da pochi pupari. Leggi liberticide spacciate per irrinunciabili provvedimenti di civiltà sono giunte alacri a sigillare la macchinetta mangiasoldi. E da lassù ci spuntano e pisciano e anche peggio in testa, senza alcuna remora né rischio né tantomeno pegno. La gente dovrebbe riprendersi il calcio. Ma solo come primo passo per riprendersi il mondo. Scusate l'amaro sfogo.
Alberto Manassero


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