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MISTERO ROBALDO E IL FILA FERMO

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Attese, rinvii, lungaggini burocratiche, pause infinite e stasi perenne. Il Robaldo, ormai, sta diventando una barzelletta. Peccato che a rimetterci siano tutte le parti in causa. Prima di tutto il Toro, che dall’8 marzo 2016 si è aggiudicato il bando per la concessione del terreno senza mai riuscire effettivamente a metterci mano (nonostante abbia già scelto le aziende che si occuperanno - o dovrebbero occuparsi, a questo punto - dei lavori). Poi c’è la Circoscrizione 2, che si ritrova ancora con un’area di 51mila metri quadrati abbandonata al proprio destino. E infine il Comune di Torino, che si lecca le dita di fronte alla possibilità di avere una riqualificazione completa della zona che interessa Strada Castello di Mirafiori, ma che è ancora costretto ad osservare i granelli di sabbia di una clessidra che non si ferma mai. Il problema di fondo, però, è ben più complesso. Di mezzo c’è un imprenditore, Urbano Cairo in questo caso, che ha deciso di dar vita ad un progetto molto ambizioso, scegliendo di investire quattro milioni di euro con la missione di rendere il Robaldo un gioiellino per l’Italia intera a partire dalla stagione 2020- 2021. Peccato che la burocrazia, in questo momento, stia di fatto congelando un piano che il Toro ha in testa da ormai tantissimi anni. Dunque, si può parlare di mistero? Sì, a maggior ragione perché l’11 febbraio scorso la tavola sembrava sul punto di essere imbandita, dopo l’ultimo sospirato via libera avuto dal Consiglio Comunale. Da allora, non si è mosso praticamente nulla. E il Comune di Torino non riesce a spiegare il motivo. Le parole dell’Assessore allo Sport della giunta Appendino Roberto Finardi, in questo senso, non possono lasciare nessuno sonni tranquilli: «Per quanto riguarda il Comune, posso dire che noi abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, a questo punto non è più una competenza nostra. E’ tutto ok, tutto firmato, abbiamo lavorato alacremente per arrivare a questo punto». Quindi, dove sta il problema? Sta nell’attesa, sempre più logorante, di un avvio dei lavori che slitta continuamente. Il tutto senza che il Comune di Torino, a detta di Finardi, abbia la facoltà di intervenire: «Non ho ricevuto comunicazioni da nessuno: né dal Toro e neppure dalla Circoscrizione 2. Se ci fossero stati degli intoppi, sicuramente il mio telefono avrebbe squillato. Per dire: sono il primo ad essere avvisato se quando iniziano i lavori viene trovato il petrolio sotto terra...». Il Comune, dunque, si tira fuori dalla questione Robaldo. Specificando quali fossero i propri oneri, puntualizzati da Finardi: «Il nostro compito era quello di seguire e accompagnare le parti negli impegni tecnici e amministrativi: non ho idea del perché non siano iniziati i lavori. Noi come Comune di Torino abbiamo lavorato alacremente, coinvolgendo Ambiente, Sport e Urbanistica e portando avanti il progetto nell’interesse della collettività». Dunque, la situazione è più che mai incerta: cinque campi sintetici, gli spogliatoi, le palestre, gli uffici, le sale mediche, le sale riunioni e l’area riservata alla ristorazione rimangono eteree. O meglio: il progetto c’è, ma non si possono iniziare i lavori. E il Toro, in questo contesto, si sente parte lesa. Manca un’unica casa per le giovanili e l’affitto sui campi dilettantistici del territorio (Bsr Grugliasco, Santa Rita e Cbs su tutti) costa. Così come diventa un disagio non avere un piano B per le esigenze della prima squadra: se oggi nevicasse, al Filadelfia non ci si potrebbe allenare. Al Robaldo, invece, sì. Beffa doppia, dunque. Una beffa che sta bloccando la Coverciano granata, un sogno ostaggio della burocrazia e di continui rimpalli.
MUSEO, SEDE, MENSA I LAVORI MAI INIZIATI
Il completamento del Fila è un obbligo, come da statuto e delibere. Ma da due anni non si muove più una foglia
E così, oggi, a più di 20 anni dalla prima volta, siamo costretti a riparlare e scrivere di «sterpaglie» al Filadelfia, se non più di «un’enorme discarica a cielo aperto», com’era fin quasi a un lustro fa. Perché di sterpaglie, al Fila, ce ne sono di nuovo tante: lungo via Giordano Bruno (lato lungo del campo principale, ex Distinti dello stadio che fu) la situazione ormai sta degenerando. Arbusti, spazzatura, sterpaglie. Un’area totalmente abbandonata. E in condizioni pessime, degradate, è anche la recinzione. Un pugno nell’occhio per gli abitanti della zona e per i visitatori del Filadelfia. Una vergogna. E giusto a due passi dal campo dove si allenano Belotti e compagnia. Non doveva essere così. Eppure è così. E il sostanziale menefreghismo dei soggetti coinvolti è, oggettivamente, solo censurabile. Al 17 ottobre 2015 risale la posa della prima pietra. Al 25 maggio 2017 l’inaugurazione del nuovo Fila. Ma da 2 anni a questa parte, il nulla. Certo, è bello il nuovo Filadelfia. Due campi per gli allenamenti, quello principale dotato anche di una tribuna coperta. Le gradinate attorno. Il cortile della memoria. Ma il problema non concerne soltanto il fatto che non sia mai aperto al pubblico, tranne rarissime eccezioni. Lo statuto della Fondazione Filadelfia (l’associazione che ha ridato vita al Fila e lo gestisce, e che unisce pubblico e privato: Regione, Comune, Torino Fc e 7 associazioni di tifosi) prevedeva già dal 2011 tutti i lavori da realizzare. Tra cui quelli mai fatti: la sede sociale del Torino, la foresteria per i giovani del vivaio, spogliatoi e magazzini secondari, un’area adibita alla mensa e a una sala relax per i giocatori della prima squadra, nonché la sede della Fondazione stessa (il cosiddetto 2° lotto, sotto la tribuna). Ma anche il museo del Toro (3° lotto), allungato su via Bruno: un rettangolo di circa 130 metri di lunghezza per una ventina di larghezza. La decisione di realizzare lì il museo fu approvata con delibera del Cda della Fondazione nel luglio 2013 e ratificata dal Collegio dei fondatori a dicembre. Ma non si muove una foglia. A Cairo non interessa (abbastanza). Dice Domenico Beccaria, membro del Cda della Fondazione e presidente della Memoria storica granata, associazione di tifosi che ha creato e gestisce uno splendido museo sul Toro a Grugliasco, nell’hinterland: «Da 2 anni si registra un’incomprensibile inerzia da parte di tutti gli attori coinvolti. E penso ai 3 “ministri con portafoglio” della Fondazione, ovvero il Torino, la Regione e il Comune» (gli altri 2 membri del Cda sono rappresentanti dei tifosi “senza portafoglio”). A Cairo pare che interessi solo cercare di realizzare la mensa, la sala relax per i giocatori e l’area condizionata nella palestra, il tutto a carico della Fondazione. Altro che spostare al Fila la sede del club e il museo granata, come si augura da anni la stragrande maggioranza della tifoseria. «Il mio sospetto è che le attività della Fondazione avranno un’improvvisa accelerazione solo quando saremo nell’imminenza della campagna elettorale cittadina». Nell’attesa: “un’area della vergogna” attaccata al Fila, un gigantesco atto di accusa levato contro il Comune, la Regione e il Torino. Pro memoria: degli 8 milioni serviti per erigere l’attuale centro sportivo, 7 furono messi da Comune e Regione e solo uno da Cairo, attraverso una Fondazione intitolata alla madre. Sempre e solo una piccola percentuale: che si parli di soldi o di sentimenti.
fonte tuttosport


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