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MAZZARRI: 2 ANNI OGGI MA IL FUTURO QUAL È?

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Bisogna riuscire a scindere l’uomo dall’allenatore. Perché l’allenatore può piacere o no (e alla maggioranza dei tifosi granata ormai non garba più), ma l’uomo merita sempre rispetto: e non va dimenticato. Perché a Mazzarri bisogna rendere merito già solo se si soppesa il suo indice di attaccamento al Torino: alto, altissimo, e basti ricordare quando, nel novembre del 2018, voleva ugualmente volare a Cagliari per guidare la squadra dalla panchina, nonostante avesse appena avuto un malore al Filadelfia e dovesse venir prima possibile ricoverato in ospedale. Rivelò Cairo, qualche giorno dopo: «Mazzarri la mattina dopo il malore voleva allenare i giocatori in campo e subito dopo partire per la Sardegna. Pensa solo al lavoro. Ma io gli ho detto no, come avrebbe potuto fare un papà: “Tu vieni in clinica”, gli ho detto, “e fai tutti gli esami possibili e immaginabili”. L’ho obbligato. E ora sta meglio e per fortuna gli esami dicono che è tutto a posto». E’ aggrappato al suo lavoro, tanto quanto Mazzarri si attacca alle squadre che allena come i mitili allo scoglio. Dà tutto se stesso, nel tempo e nell’intensità. Lo si vede anche in panchina, durante le partite: basti pensare alla sua foga, a tratti persino controproducente. O foriera di litigi con arbitri e collaboratori. Però resta indicativa. «Non dormo la notte dopo una sconfitta», ha sempre detto. «Mangio un panino e basta a pranzo per poter passare più tempo al Filadelfia a studiare schemi e metodi di allenamento nuovi per i miei giocatori. Oppure le squadre avversarie, immaginando le contromisure»: ed è vero, non è una leggenda metropolitana, là al chiuso i certi stanzoni del Fila senza finestre. E poi, comunque, i risultati li aveva anche portati nella scorsa stagione, con quel girone di ritorno da 3°, 4° posto virtuale. La rinascita di Belotti come goleador, come capitano, come simbolo. Il decollo a livelli celestiali di Sirigu. Il rilancio straordinario di Nkoulou e Izzo, sempre nel passato campionato. E la maturazione finale di Ansaldi. E il primato di punti (63) conseguito alla fine: e mai, da quando la vittoria ne assegna 3 (1994-’95), il Torino era arrivato così in alto. E poi il nuovo record di imbattibilità per un portiere granata in un campionato a girone unico (599 minuti), frutto anche di una fase difensiva cotta a puntino. E sopra a tutto, seppur grazie anche a un Milan defenestrato dall’Uefa, la conquista dell’Europa, che mancava dalla stagione 2014-’15 (Ventura): almeno ai preliminari, insomma, Mazzarri il Toro l’ha portato. Che entusiasmo, difatti, si respirava a inizio luglio! Appena 6 mesi fa. Ma adesso? Una disgrazia. Una pena. Un’infinita nostalgia per quei mesi di speranze. Adesso: con un enorme processo popolare che va in onda da settimane, da mesi. Con imputati prima Mazzarri e poi anche Cairo. Per motivi ovviamente diversi. E anche responsabilità, diverse. E secondo noi sono maggiori quelle presidenziali. Basti ricordare il numero di allenatori avuti da quando Cairo guida il Toro: addirittura 11. Di cui diversi esonerati, richiamati e di nuovo cacciati: da De Biasi a Novellino, da Colantuono a Lerda. Ma i problemi, in sostanza, sono sempre gli stessi: società colpevolmente incompleta e incapace di proteggere al meglio i tecnici, nonché incoerente nelle scelte non solo di mercato. Come incoerente e controproducente è stato Cairo con Mazzarri, quando ripetutamente parlò in pubblico di rinnovo contrattuale, tra estate e autunno, annunciando chissà che svolte allungate nel tempo oltre il 30 giugno del 2020, salvo poi rimangiarsi la parola e indebolire clamorosamente l’allenatore davanti ai giocatori. Molti dei quali da mesi stanno azzannando la preda, anche per cucirsi alibi ad hoc. E giusto oggi Mazzarri taglia i 2 anni di Toro: assunto il 4 gennaio del 2018 dopo l’esonero di Mihajlovic, post derby perso in Coppa Italia. Ma non è una festa: come potrebbe esserlo? Indubbiamente l’ipotesi più probabile parla di un Cairo intenzionato ad arrivare a fine  contratto con WM, per evitare spese inaspettate sul mercato e a bilancio, quanto al monte ingaggi. E per non legarsi le mani, in attesa di scegliere un nuovo allenatore per la prossima stagione. Ma chi sarà il nuovo allenatore, per l’appunto? Mistero: e siamo pronti a scommettere che manco Cairo, in cuor suo, lo sa. Perché non sa nemmeno se fra 3 partite (o 5, o 7, o quante ne volete voi) sarà ancora in grado di confermare a tutti i costi Mazzarri, con la Maratona e non solo la Maratona che da mesi ne ha chiesto l’esonero. E non sa nemmeno se in futuro sarà obbligato a proporre per davvero un prolungamento di contratto, a WM: perché magari il tecnico avrà stupito tutti riportando il Toro in Europa con una rimonta spettacolare e insieme miracolosa. Ma non sa nemmeno se, in quel caso, Mazzarri gli direbbe sì a scatola chiusa: perché anche il tecnico qualche sassolino nelle scarpe lo avrà, no? Ma così come si fa a programmare un mercato ampio, ambizioso e coerente tra questo gennaio ambiguo e l’inizio dell’estate? In specie pensando ai talenti stranieri da prenotare per tempo proprio perché non giocano in Italia. E così il Toro di Cairo resta una creatura incompleta, dimezzata, sempre uguale a se stessa, tragicamente shakespeariana, perennemente insoddisfatta e insoddisfacente. E ogni tanto foriera di speranze, che però sono in realtà più illusioni che altro. Sia che l’allenatore sia De Biasi o WM, Ventura o Miha. Perché poi c’è sempre Cairo, sopra a tutti. Lui sì, vero personaggio shakespeariano. Ma non gli eroi del Bardo di Avon. E manco i Santi.
fonte tuttosport


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