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Colpevoli anche Cairo e i giocatori

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Il dato più significativo è la convergenza, lenta ma inesorabile. La convergenza progressiva tra sezioni del tifo contrapposte ormai da anni, man mano che Cairo s’è insediato e il cairismo è sedimentato, almeno su certe cose: da Ventura e Mihajlovic a Rolando Bianchi, per dire, fino al gradimento o meno nei confronti della società stessa. Mazzarri, ahilui, rischia di passare alla recente storia granata per aver messo d’accordo tutti: tutti quelli che dall’altro ieri, molti dei quali già da prima, non vorrebbero più vederlo sulla panchina del Toro. Non lo spiega soltanto il comunicato congiunto della Curva Maratona: lo si evince anche dalla consultazione online lanciata su tuttosport.com, dove i nostri lettori sono stati invitati a votare quello che, secondo loro, è il principale responsabile di questa conclamata crisi di gioco e risultati: vince, o meglio perde, appunto il tecnico, con uno sgradimento che in serata sfiorava il 40 per cento del totale. Senonché, la convergenza che si registra è pure un’altra: e cioè l’allargamento delle colpe verso i giocatori e la società, nella fattispecie riassunta dalla figura del presidente, plenipotenziario peraltro con scarsissima propensione alle deleghe: nei fatti, al di là delle parole. Lo sanno tutti, da quasi 15 anni, che al Toro non si muove foglia che Urbano non voglia: sul mercato, sugli allenatori; sulla gestione di qualsivoglia problematica legata ai giocatori; sulle politiche della comunicazione, ufficiale e informale; sui rapporti con la tifoseria; sulla gestione del Filadelfia; sulle spese, fossero anche quelle della cancelleria. La sua forza e, contemporaneamente, la sua debolezza. Insomma, che la ripartizione delle responsabilità fotografi il Torino come un’unità suddivisa in tre terzi non così difformi tra loro per quantità di avversione, è piuttosto emblematico. Proprio in virtù del fatto che Mazzarri è una scelta al 100% di Cairo, rivendicata e tuttora difesa, come lo sono praticamente   tutti i giocatori della rosa e i dipendenti dell’organigramma. Insomma, un voto contro Mazzarri, o contro - chessò - Verdi, diventa anche un voto contro Cairo. Che pure, malgrado l’inevitabile sovraesposizione mediatica del tecnico sulla graticola, si becca il suo 30% di tifosi che lo vedono addirittura più colpevole del successore di Mihajlovic. Del quale, a meno di un’auspicabile impennata d’orgoglio e di rendimento nelle prossime due tremende partite, contro la Lazio e la Juve, rischia di seguire le orme con un possibile esonero post malaugurato rovescio nel derby. Ora, non è che Mazzarri sia diventato di colpo inadeguato a guidare il Toro dopo averlo condotto per mesi con profitto, né rinneghiamo gli apprezzamenti espressi in passato per la sua capacità di creare un gruppo tatticamente e caratterialmente affidabile, come la sua fase difensiva pre casino Nkoulou, destabilizzante in maniera indicibile per una società così poco strutturata per la gestione delle emergenze. Semplicemente, ha perso il bandolo della matassa granata, in campo (dove si vede) e un po’ anche nello spogliatoio (cosa che si evince: i cazziatoni annunciati e infruttuosi, se non controproducenti, ormai non si contano più; come le squalifiche). Ci sono poi da considerare i tilt dialettici: dalla reiterazione a tratti spossante (per i tifosi, vogliosi di un Toro garibaldino, in linea con la sua storia bella e il suo dna) di certe tematiche - vedi la costante esaltazione pre partita di ogni avversario, anche il più scarso - fino all’autolesionistica uscita su Chiellini quale modello da seguire (che adesso gli si ritorce contro quasi più degli schieramenti a una punta e mezza). Aggiungiamoci il Filadelfia blindato a oltranza - in sede di ricostruzione era stato designato come antico/nuovo epicentro della comunità Toro ma è diventato un bunker di pertinenza esclusiva per gli affittuari di fatto padroni - e si fa in fretta a tornare, senza stupori ancorché con rammarico, a quel comunicato della Maratona.
fonte tuttosport


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