«TORO, MERITIAMO DI PIÙ» - Notizie Toro - blog1

Vai ai contenuti

«TORO, MERITIAMO DI PIÙ»

blog1
Pubblicato da in giornali ·



Contestazione al rientro da Genova nonostante la vittoria: brutto gioco, poco coraggio. Confronto con Sirigu e Belotti. Al Fila catena, lucchetto e uno striscione: «Avete chiuso»


S dice che nel calcio, come in fondo nella vita, la cosa più importante siano i risultati. È abbastanza vero: perché alla fine i conti si fanno e, in qualche modo, devono tornare. Non è invece vero per niente, checché ne dicesse e pensasse Boniperti, che vincere sia l’unica cosa che conta: questo lo sostengono quelli che a vincere sono abituati, per merito o per status o per mezzi a disposizione, e ritengono di essere destinati al successo per diritto divino, dunque a ogni costo. Certo, vincere piace a tutti, e tutti cercano di farlo, dando il meglio (che a volte si rivela il peggio) di sé. Senonché, appunto, non sempre vincere significa aver fatto le cose per bene: perché conta anche il modo in cui vinci, contro chi vinci, i valori e lo stile che dimostri nel vincere. Soprattutto, per i tifosi del Toro. Che a vincere non sono molto avvezzi, soprattutto in questa triste epoca moderna. Ma proprio tale carenza di risultati gratificanti conferisce un’ulteriore valenza morale al loro distinguo: al quanto - quelli che sono granata nell’anima prima che nella maglia o nella divisa sociale o nell’organigramma del club - antepongono ancora il come. Ecco perché la vittoria di sabato a Marassi sullo scombinato Genoa, pur provvidenziale in termini di classifica e salvifica per la panchina di Mazzarri, non è piaciuta ai tifosi del Toro. Perché di bello c’è stato davvero solo il risultato - determinato dagli episodi volti a proprio favore, come lo stesso tecnico ha riconosciuto - a margine di una prestazione per l’ennesima volta deprimente. Perché giocare senza un attaccante di ruolo - anche se hai Belotti infortunato - non esiste al mondo, figurarsi se può esistere per una squadra che storicamente ha fatto del coraggio, dell’ardore, a volte anche dell’incoscienza i suoi tratti distintivi, nei momenti di gloria come nei periodi bui, alimentando così il senso di unicità e l’orgoglio di appartenenza del suo popolo: anomalo, magari poco interessato al futuro, ma molto attento al passato da coniugare nel presente. Perché le ferite di una stagione fin qui inaspettatamente mediocre, con derive penose, non possono certo essere suturate dal raptus garibaldino di un difensore (Bremer: bravo!) dopo aver visto tremare per due volte i pali di Sirigu al cospetto di un’avversaria ora come ora meno peggio giusto del Brescia di Grosso, guarda caso l’ultima rivale contro cui i granata avevano vinto e l’unica sulla quale hanno maramaldeggiato (ah no: c’è stato pure lo Shakhtyor Soligorsk; in casa però, non esageriamo). Perché alla prova indecorosa contro l’Inter, in coda ad altre sei sconfitte e ancor più partite brutte, si sarebbe dovuto e potuto rispondere in modo più convincente. Perché affrontare ogni avversario come fosse il Real Madrid denota più timore che saggezza, se non addirittura paranoia. Stupisce fino a un certo punto, dunque, che un centinaio di granata domenica verso mezzanotte abbiano aspettato e accolto il pullman della squadra tra via Filadelfia e l’antistadio del Grande Torino, manifestando il proprio disappunto con il ripetuto coro «Meritiamo di più», che ha fatto seguito alle invettive contro Mazzarri e Cairo già sentite a Marassi prima e dopo il successo sul Genoa, quando i giocatori sono stati invitati a ripassare in un’altra occasione per i convenevoli di fine partita. In più di una circostanza erano stati applauditi dopo una sconfitta; il fatto che adesso vengano rimbalzati dopo una vittoria - una vittoria così - la dice lunga. Dopo un’imbarazzata e un po’ ANDREA   ansiosa attesa sul bus, a portelloni serrati, complice il rimbombo di qualche bomba carta (tre, secondo alcune testimonianze) e malgrado l’arrivo di una volante della Polizia, sono scesi Belotti (in tribuna al Ferraris) e Sirigu, al solito i più rappresentativi, per parlare con gli ultras presenti: che però volevano Mazzarri, e di lui hanno chiesto. Lui però non c’era, poiché rincasato dopo aver concesso due giorni di riposo. I contestatori hanno fatto presente di averne abbastanza, di questo tecnico e di questo modo di (non) giocare. È stato rievocato anche il caso Chiellini, per molti la goccia che ha fatto traboccare il vaso della tolleranza nei riguardi di Mazzarri: game over, per quanto li riguarda. Il Gallo e il portiere hanno provato a giocare la carta dei tre punti, ma sono stati respinti con perdite: per come hanno vinto e per chi hanno battuto, appunto. Sul loro allenatore hanno evitato di pronunciarsi, garantendo però il massimo impegno nel lavoro. La promessa dei giocatori è valsa a far riecheggiare il «forza ragazzi» d’ordinanza, ma non è bastata a scongiurarne un’altra, da parte dei tifosi: quella di continuare nella contestazione contro Mazzarri e contro Cairo, che con la conferma del tecnico da lui personalmente scelto e fortemente voluto (ma non solo con quella e per quella) si gioca la faccia, considerati anche gli striscioni (perfino a Superga e a Masio, il suo paese) e i cori a lui dedicati. Quasi sempre, del resto, i nodi vengono al pettine. Un allenatore ha le sue responsabilità, certo, ma non può diventare sempre e rimanere per sempre parafulmine di tutto. Non è un caso, allora, e sorprende ancor meno del rendezvous notturno al Grande Torino, l’ampliamento del concetto espresso ieri sera al Filadelfia: laddove il singolare (Mazzarri) è diventato plurale: «Avete chiuso», c’era scritto sul lenzuolo appeso al recinto di quella che un tempo era la casa dei granata, ma di tutti i granata. Sul versante opposto. una catena e un lucchetto a blindare (piuttosto simbolicamente) il cancello che conduce al parcheggio dei calciatori e dei dirigenti. Aver trasformato il Fila in un bunker, per giunta richiudendolo subito dopo aver promesso di riaprirlo, si sta rivelando un taccone peggiore del buco. Va da sé che pure il presidente avrà adesso ulteriori spunti di riflessione. Che vanno ben oltre il dubbio se riaprire domani il quartier generale, per il primo allenamento della settimana, come da buoni propositi già disattesi alla prima situazione sconveniente, dopo la figuraccia contro l’Inter. Per la serie: il confronto solo, e comunque ogni tanto, se e quando le cose vanno bene. Altrimenti, fuori dalla porta. Al massimo, davanti alla pay tv o su internet. O allo stadio, pagando: sperando che prima o poi non trovino il modo di svuotare pure quello
fonte tuttosport


Torna ai contenuti